Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 5377 del 24.11.2015, ha sancito il principio secondo il quale i Centri Diurni per Disabili non sono servizi sanitari e le persone con disabilità non sono malati.
Il fine di questi servizi è, infatti, quello di favorire l’inclusione sociale delle persone con disabilità, di individuare i bisogni assistenziali ed educativi, valorizzando le risorse della comunità e tutti gli interventi di carattere realmente abilitativo.
Oggetto del contendere è il bando di gara per l’assegnazione dei servizi di carattere educativo, socioassistenziale e di supervisione per i Centri Diurni di quattro Comuni lombardi.
L’associazione “Senza Limiti” presenta subito ricorso, contestando il fatto che per il coordinatore e gli educatori sia richiesto il diploma di laurea in scienze dell’educazione e il diploma triennale di educatore professionale.
Il TAR lombardo accoglie il ricorso sostenendo che sia il coordinatore che l’educatore debbano avere il titolo di “Educatore Professionale” rilasciato dalle facoltà di Medicina e chirurgia.
Il Consiglio di Stato, invece, ha negato che possa essere accolta la tesi volta “ad assegnare ai centri diurni in questione una prevalente e pressoché esclusiva funzione di cura e assistenza sul piano terapeutico ed infermieristico/medicale dei soggetti in condizione di disabilità, che dei C.D.D. intendano avvalersi per il soggiorno diurno. La stessa disciplina a livello statuale e regionale dà, invero, rilievo alla natura socio/sanitaria dei centri in questione, con effetto anche sul riparto di spesa a carico del servizio sanitario nazionale, per la parte di carattere strettamente sanitaria, e sui comuni in relazione alla componente socio/assistenziale”
Del resto, “l’approccio alla persona in stato di disabilità non deve avvenire solo in termini di malattia, ma deve assumere a riferimento la condizione di chi, a causa dello stato di menomazione, versa in condizione di ridotte capacità di interagire con l’ambiente e di emarginazione e necessita, quindi, di un assiduo intervento per lo svolgimento delle attività quotidiane e per il recupero della condizione di svantaggio sociale.”
In altre parole, nessuno nega o sottovaluta le esigenze di cura delle persone con disabilità.
Ma ridurre il tutto di una persona ai suoi problemi di salute è sbagliato.