Da tempo, ormai consolidata giurisprudenza, ritiene pubblico ufficiale il tutore dell’incapace, con la conseguente integrazione del delitto di peculato qualora il tutore dell’interdetto si appropri di somme di denaro appartenenti a quest’ultimo e ricevute in ragione dell’ufficio rivestito.

Ora, la giurisprudenza sta  valutando se anche per l’istituto dell’amministrazione di sostegno possano valere le medesime conclusioni assunte per le tutele e le curatele.

Secondo un recente orientamento della Corte di Cassazione (si veda ad esempio la sentenza n. 3 dicembre 2014, n. 50754) sembrerebbe di sì in quanto “la verifica della reale attività esercitata e degli scopi perseguiti dall’amministratore di sostegno consente di attribuirgli, negli stessi termini del tutore, la veste e qualità di pubblico ufficiale, considerato il complesso delle norme a lui applicabili ed in particolare:

a) la prestazione del giuramento prima dell’assunzione dell’incarico (art. 349 Cod.civ.);

b) il regime delle incapacità e delle dispense (artt. 350-353 Cod. civ.);

c) la disciplina delle autorizzazioni, le categorie degli atti vietati, il rendiconto annuale al giudice tutelare sulla contabilità dell’amministrazione (artt. 374-388 Cod. civ.);

d) l’applicazione, nei limiti di compatibilità, delle norme limitative in punto di capacità a ricevere per testamento (artt. 596, 599 Cod. civ.) e capacità di ricevere per donazioni (art. 779 Cod. civ.)”.

“In sostanza”  – conclude la Corte di Cassazione nella sentenza citata – si tratta di “una disciplina, formale e sostanziale, che pone l’amministratore di sostegno sullo stesso piano del tutore con gli obblighi e le ricadute penali che la sua qualità di pubblico ufficiale comporta”.