Il Consiglio di Stato, con la sentenza num. 842 del 29.02.2016, ha respinto il ricorso presentato dal Governo contro la sentenze del Tar Lazio – Roma, sez. I, n. 2459/2015, che, come noto, aveva respinto “una definizione di reddito disponibile che includa la percezione di somme, anche se esenti da imposizione fiscale”.
È stato, quindi, accolto in modo chiaro e incontrovertibile il principio secondo il quale le indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie non possono essere considerate e conteggiate come reddito.
Secondo i giudici di Palazzo Spada “non v’è dubbio che l’ISEE possa, anzi debba, ai fini di un’equa e seria ripartizione dei carichi per i diversi tipi di prestazioni erogabili per il cui accesso tal indicatore è necessario, tener conto di tutti i redditi che sono esenti ai fini IRPEF, purché redditi. (…) Le indennità di accompagnamento e tutte le forme risarcitorie servono non a remunerare alcunché, né certo all’accumulo del patrimonio personale, bensì a compensare un’oggettiva ed ontologica (cioè indipendente da ogni eventuale o ulteriore prestazione assistenziale attiva) situazione d’inabilità che provoca in sé e per sé disagi e diminuzione di capacità reddituale.”
Tali indennità, in altre parole, non determinano una mogliore situazione economica del disabile rispetto al non disabile mirando, al più, a colmare tal situazione di svantaggio subita da chi richiede la prestazione assistenziale, prima o anche in assenza di essa.
“Pertanto, la capacità selettiva dell’ISEE, se deve scriminare correttamente le posizioni diverse e trattare egualmente quelle uguali, allora non può compiere l’artificio di definire reddito un’indennità o un risarcimento, ma deve considerali per ciò che essi sono, perché posti a fronte di una condizione di disabilità grave e in sé non altrimenti rimediabile”.
Ricomprendere tra i redditi i trattamenti “indennitari” percepiti dai disabili significa allora considerare la disabilità alla stregua di una fonte di reddito come se fosse un lavoro o un patrimonio ed i trattamenti erogati dalle pubbliche amministrazioni, non un sostegno al disabile, ma una “remunerazione” del suo stato di invalidità il tutto in contrasto con l’art. 3 della nostra Costituzione secondo il quale tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di condizioni personali e sociali e che impone in capo allo Stato il compito di rimuovere quegli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.